Mimì in Cocotte

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CIBO - CIBUS

cibo s. m. [dal lat. cibus]. – 1. a. Nome generico per indicare tutto ciò che si mangia.

Temo di non risultare un granché originale nella mia decisione di aprire un blog di cucina. A volte mi domando quanto questo mio forte interesse per il cibo sia cresciuto veicolato dal mare di stimoli che mi circondano nell’era della psicopatologia gastronomica contemporanea, come la definisce Luca Glebb Miroglio in un piccolo testo nel quale ne elenca sarcasticamente i “i sintomi”, dipingendo una serie di ritratti pungenti del mangione moderno.

 

Quest’anno ho ridotto a pezzi la carcassa di un pollo. L’ho privato delle viscere, ho spezzato e tagliato le sue ossa per poi procedere a cucinarlo.
Non l’avevo mai fatto e per me, fino a quel momento, il pollo era una fetta di carne rosata, versatile e molto gustosa anche nella sua preparazione più banale: ai ferri condita con sale e un filo d’olio.
Ma dietro a quel pezzo di carne ho scoperto esserci un animale morto, che va trasformato brutalmente in qualcosa di cucinabile e commestibile. La cucina è violenta, non esistono solo le Naked Cake e i soffici panini lievitati, gli arrosti succosi e le patate dorate.
Così ho pensato che per acquisire una qualche consapevolezza in fatto di mangiare, anche prima di buttarsi nella pratica di leggere ossessivamente le etichette dei prodotti in vendita al supermercato, panacea di tutti i mali, ognuno di noi dovrebbe non dico uccidersi il proprio pasto, ma, quantomeno, trasformarlo dalla forma primaria alla propria pietanza.

Oggi si parla sempre di più di un ritorno alle radici, della riscoperta del cibo come lo preparavano le nostre nonne. È stata una lezione di Nicolò Scaglione alla Food Genius Academy a generare in me una forte riflessione riguardo a questo.
Le mie origino sono confuse, ho avuto tre nonne (questa è un’altra storia) che hanno cucinato per me, ma se penso ai cibi della mia infanzia non posso trascurare di aver consumato anche Bastoncini Findus, latte reso squisito dalla polvere zuccherina del cacao solubile Nesquick, i brodi veloci arricchiti dal magico dado Star e quei petti di pollo che cuocevano dentro il sacchetto. Perché dalle mie nonne, a mia madre, a me c’è stata un’evoluzione gastronomica che ha creato uno stacco netto fra la mia palette di sapori e la loro.

Fra i miei amarcord culinari c’è sicuramente il semplice panino burro e zucchero, che scricchiolava sotto i denti, ma c’è anche la Nastrina Mulino Bianco scaldata nel fornelletto della cucina in cui sono cresciuta.
Che fare di questi sapori, che fare di tutti i prodotti confezionati in fila fra gli scaffali del supermercato, che fare del Sushi all’All You Can Eat e di Food Racers?
Io non sento di poter trascurare tutto questo.
So tagliare un pollo e sfruttarlo praticamente in ogni sua parte per non sprecarne nulla e, anzi, trasformare in gustoso cibo quello che la natura mi ha offerto, o meglio, quello che mi sono presa dalla natura, anche se non direttamente. Rimango tuttavia coscente che esiste un altro mondo in cui muoversi e scegliere, sebbene non sia il più etico e rassicurante, ed è quello dei prodotti confezionati e dei Fast Food.

La mia ricerca in cucina parte esattamente da questi presupposti, non è ancora un concetto fermo, un credo inviolabile che vado profetizzando come spesso accade con quelle correnti di pensiero che sono sempre più radicali. La cucina è un laboratorio di sapori, dove, se ci pensate, una vecchia ricetta prende vita grazie all’unione di ingredienti moderni.
Quindi per dare un senso alle mie scelte, creando una specie di manifesto della mia filosofia culinaria, dico che sono in pieni lavori in corso e che sto imparando a scegliere. Non mi privo di testare un prodotto piuttosto che un altro, purché mi renda prima consapevole della sua natura, non è solo una questione di salute: abbiamo una testa, sappiamo formulare un pensiero e da esso creare il nostro metodo, uno stile di vita, quindi, dobbiamo onorare questo privilegio e sfruttarlo.

Mimì in Cocotte

Martina Tripi
info@mimiincocotte.it