Mimì in Cocotte

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Racconto nel carrello - La ragazza delle uova

 Un'altra storia da collezione per la rubrica "Racconti nel carrello", quella di un pacco di würstel che parla dei timori di una vita.

 

La lista della spesa:

  • detersivo ecologico per capi delicati
  • lattuga
  • una confezione di würstel

 

La ragazza delle uova

“È bene che ti informi: io non finisco mai nulla.”
Dorotea cominciava con un'affermazione simile ogni tipo di rapporto. Ai ragazzi con cui usciva raccomandava di non aspettarsi un suo messaggio il giorno seguente; firmava solo contratti di lavoro a tempo determinato e nel bicchiere lasciava sempre un ultimo goccio, anche se le piaceva ciò che stava bevendo.

Alle case e agli oggetti non si affezionava mai. L’unica cosa che le stava veramente a cuore era una camicetta bianca costellata di uova ricamate, che le aveva regalato sua madre da ragazzina. Non riusciva a rovinarla, anzi, nonostante i ripetuti lavaggi la camicetta non osava mostrare alcun segno di usura e lei, anche per questo, l’adorava.

Quel giorno aveva fatto una spesa vagamente fuori dai suoi schemi: c'era la lattuga per la cena e il detersivo ecologico e ipoallergenico per lavare la camicetta, fin qui tutto regolare, quello che stonava erano i würstel.

A Dorotea i würstel non  piacevano, non per ragioni etiche o salutiste, semplicemente non ne amava il sapore. Era sempre stato così.
Il fatto è che quella mattina si era svegliata agitata, aveva sognato la sua babysitter e non riusciva a togliersi di mente il sogno, che poi era un ricordo. Si trovava nella cucina della casa dove aveva vissuto insieme ai suoi genitori finché si trasferì per studiare fuori sede.
Era il giorno in cui aveva chiesto a Diana, la babysitter dai capelli a spazzola rosso fuoco, di cucinarle i würstel. Dopo una prima serie di svogliati rifiuti Dorotea vinse sfruttando la ormai collaudata "tecnica del martello", così aveva battezzato suo padre quell'innata indole a prenderti per sfinimento.

Iniziò a tagliare il primo würstel, ma s'irrigidì immediatamente quando il coltello fece resistenza su quella pellicola esterna che avvolgeva tutto il salsicciotto e andava ad creare una specie di groppo alle due estremita: - Che schifezza - pensò - Che cavolo è questa pellicina? -.

- Cosa c'è non ti piace? E chi l'avrebbe mai detto - A Diana non sfuggiva nulla così, istruita a dovere da quel generale di sua madre, per punirla la obbligò a rimanere seduta a tavola finché avrebbe visto il piatto vuoto. - Te l'avevo detto che li avresti lasciati, è già successo e mi hai fatto cucinare per niente -.

Trascorse così buona parte del pomeriggio a contemplare quelle rondelline rosa ormai ghiacciate, seduta al tavolo della cucina. Furono ore interminabili che ebbero la funzione dichiarata e specifica d'insegnarle l’importanza di finire sempre ciò che aveva nel piatto.

Nonostante la tenera età, Dorotea comprese che avrebbe dovuto applicare questo prezioso insegnamento anche ad altri aspetti della vita. Fu qualcosa nelle parole della sua babysitter che la mise in allerta: discorsi all’epoca per lei poco chiari circa l’importanza delle scelte e sulla capacità di portare a termine i propri obiettivi.

Negli anni tenne bene a mente quel pomeriggio trascorso a contemplare il suo piatto freddo, con la consapevolezza che ogni suo comportamento la portava esattamente a comportarsi in modo opposto. Non ne veniva proprio a capo.

Se la vita fosse stata un piatto di würstel, beh si poteva dire che lei la stesse assaporando a morsi confusi, come a un buffet nel quale servono indistintamente cibo dolce e salato.
Provava un po’ questo, un po’ quello, cedendo continuamente alla noia, per cadere in un nuovo inesplorato entusiasmo. La “ragazza delle uova”, come avevano cominciato a chiamarla al liceo per la sua insostituibile camicetta, funzionava così, a governarla erano le incertezze e la costante voglia di trovarsi altrove.

Ora se ne stava in fila al supermercato con quel pacco di würstel e attendeva il suo turno fissandosi l'anulare sinistro come se fosse un dito pieno di risposte. In realtà era solo il luogo dove il suo fidanzato aveva depositato la promessa più indeterminata del mondo: il matrimonio.
Le aveva chiesto di sposarla la sera prima, davanti a tutti i loro amici: un gesto eclatante, che aveva spinto in lacrime ogni ragazza presente. Eppure Dorotea sentiva che nell'averlo fatto pubblicamente, ci fosse in Carlo la volontà di metterla al muro senza una via d'uscita. Le aveva ricordato l'inizio di un libro che dava consigli su come allenarsi per le maratone, diceva: "Cominciate col dichiarare a tutti che parteciperete a una maratona, così sentirete l'impegno preso e avrete più stimolo a non mollare" ecco, forse Carlo aveva letto lo stesso libro, magari lui l'aveva pure terminato.

Com'era finita in quella situazione non lo sapeva, o meglio lo sapeva: era stata un'idiota. Non che non amasse quel ragazzo, però non si voleva sposare, il perché? Perché no. Non tutte le donne vogliono sposarsi, avere figli, legarsi definitivamente a un uomo, una casa, degli impegni a lungo termine: lo stesso quartiere, lo stesso supermercato. E se poi avesse smesso di amarlo? Se avesse voluto il divorzio senza avere il coraggio di andarsene? In quel caso si sarebbe obbligata a vivere da infelice per tutta la vita, a sprecare sé stessa per far fede alla parola data a un uomo che non le aveva dato scelta.

Una parte di lei, però, voleva tentare la cosa, Carlo era l'unico che l'aveva fatta sentire in pace e buona parte del merito era che non aveva assolutamente colto la sua insoffereza o forse aveva deciso d'ignorarla. Sperava di cambiarla?
Troppe domande, zero risposte, quella sera voleva riflettere con calma. In quella confezione di würstel stava la verità. Voleva assaggiarli, scoprire che sapore avevano dopo oltre vent'anni e tentare di spazzolarli fino all'ultima rondella. Come quando era piccola e in macchina tratteneva il fiato pensando: - Se riesco a non respirare fino a quel semaforo mamma mi compra la Barbie che le ho chiesto-, se quella sera avesse svuotato il piatto forse sarebbe riuscita anche a portare a termine quella cosa, il matrimonio. Doveva solo provare.

Mimì in Cocotte

Martina Tripi
info@mimiincocotte.it